Cultura, emozioni e terapia

Schadenfreude, ovvero quella sensazione di piacere che si prova di fronte alla sfortune o insuccessi altrui.

Mi sono imbattuto in questa parola e, per quanto potrebbe essere ormai conosciuta, mi ha acceso una riflessione. O meglio mi ha suscitato delle domande: perché alcune emozioni esistono solo in alcune lingue? Che rapporto c’è tra cultura ed emozioni? Che ruolo hanno emozioni e cultura nella stanza di terapia?

Non scomoderò Ekman e le tanto discusse emozioni di base (1992), quanto mi soffermerò sul significato che diamo a un’emozione e come questa si inserisce nel contesto culturale. Per essere più chiaro proverò a spiegare in che modo si influenzano a vicenda.

Iktsuarpok, per esempio, indica l’attesa impaziente di quando si aspetta qualcuno. Quante volte vi è capitato? Eppure come mai non abbiamo mai sentito il bisogno di dare un nome a quest’emozione? Il termine deriva dalla cultura Inuit e pare avere origine dall’abitudine dei popoli Groenlandesi di guardare quasi in modo compulsivo le distese di ghiaccio per vedere se arrivasse qualcuno in lontananza. Beh, ma come mai questa parola nasce proprio in quel tipo di contesto? Su questo non ci sono informazioni specifiche, ma possiamo provare a fare ipotesi basate sulle informazioni che abbiamo del contesto artico.

Sicuramente il paesaggio artico è caratterizzato da vastità di ghiaccio, dove i collegamenti tra un villaggio e l’altro non sono così immediati e le popolazioni che vivono in quei territori si occupano per lo più di caccia e pesca. Possiamo solo immaginare cosa voglia dire per una famiglia Inuit aspettare che qualcuno torni da una battuta di caccia con il bene primario utile alla sopravvivenza o cosa può voler significare rivedere una persona speciale che vive nella migliore delle ipotesi a 60 km di slitta trainata con i cani. Curiosità: in Groenlandia la rete dei trasporti è molto limitata, solo 60km sono asfaltati, e non ci sono ferrovie né collegamenti stradali tra le città. Le uniche città unite da una strada sono Ivittuut e Kangilinnguit; tutti gli altri centri sono raggiungibili via mare o via aerea oppure da altri mezzi locali come slitte trainate da cani e motoslitte.

Non ho ancora avuto un paziente Inuit, per quanto sono stuzzicato dall’idea di fare un’esperienza di lavoro in quelle zone; tuttavia, non è solo una questione antropologica, ma ci sono anche implicazioni cliniche dirette. Nella stanza di terapia, è interessante capire quanto le emozioni che un paziente porta in seduta possono fungere da specchio della cultura in cui vive e quanto quello che prova è frutto di un apprendimento culturale. Per esempio, mi è capitato di chiedermi quali informazioni culturali ci fossero dietro il fatto che una mia giovane paziente provasse fastidio e rabbia quando una sua amica prendeva un voto più alto del suo all’esame, anche se lei aveva studiato giorno e notte per un mese.

Io per cultura intendo la somma di tutte le caratteristiche umane che non sono prodotto dell’istinto (Taylor, 1871); in altre parole come tutto ciò che non è natura ma al contrario è un insieme complesso di convenzioni sociali che si sono costruite dialogando con la società e che si trasmettono di generazione in generazione. Partire da questo presupposto mi è utile per fare ipotesi e su queste ipotesi fare domande che facciano flettere su come le emozioni si inseriscono in un più ampio contesto culturale. Nell’esempio della paziente di prima, mi verrebbe quindi da chiedere: come è vissuta la competizione in casa tua? Che ruolo hanno il femminile e il maschile nella tua famiglia? E poi estendendo, come vivi il giudizio degli altri? Che ruolo ha il giudizio degli altri nella città in cui vivi? e così via.

Quante opportunità ci diamo quando siamo consapevoli della nostra cultura, delle premesse che ci influenzano? E quanto è importante per noi dare un nome a quello che proviamo per fare un primo passo verso il cambiamento?

Forse è proprio lì che inizia il lavoro terapeutico.

Bibliografia e sitografia

Deutscher, Guy. La lingua colora il mondo. Come le parole influenzano il nostro modo di guardare la realtà. Torino: Bollati Boringhieri, 2011.

https://it.babbel.com/it/magazine/emozioni-intraducibili

https://www.treccani.it/vocabolario/neo-schadenfreude_(Neologismi)/


Tra la partenza e il traguardo, nel mezzo c’è tutto il resto e tutto il resto è giorno dopo giorno e giorno dopo giorno è, silenziosamente, costruire