La scorsa settimana ho avuto un interessante colloquio con una ragazza di circa 30 anni che porta nella stanza di terapia delle criticità legate al lavoro.
Da poco è stata investita di un nuovo ruolo, con più responsabilità e con diverse persone sotto di sé da gestire. È la prima volta che le capita di avere una responsabilità simile ed è preoccupata di non essere all’altezza della situazione, specialmente perché le persone da gestire magari sono più anziane di lei, hanno una storia lavorativa più longeva e in alcuni casi hanno anche più conoscenze rispetto alla materia specifica in questione.
Laura, nome di fantasia, vive una sorta di ambivalenza: è felice del suo nuovo ruolo, dell’aumento di responsabilità (e probabilmente di stipendio) ed è molto grata al suo capo per aver scelto lei. Proprio per questo sente di dover dimostrare agli altri (e forse anche a se stessa) di essere all’altezza dell’incarico che le è stato dato. Da subito incontra le prime difficoltà, più emotive che tecniche. Nell’ultimo colloquio mi racconta che per lei è molto difficile e stancante non saper rispondere a delle domande che i suoi nuovi collaboratori le fanno. Dire “non lo so” per lei significherebbe confermare il suo pensiero di non essere all’altezza e deludere le aspettative che il capo ha riposto in lei. Aspettative che non sono state espressamente comunicate, ma che Laura sente sulle sue spalle implicitamente. Chiaramente Laura, che non ama farsi trovare impreparata, fa di tutto e si tiene costantemente aggiornata per evitare di dover far attendere una risposta al suo interlocutore. Questo le costa molta fatica emotiva, oltre che cognitiva.
Ci interroghiamo sul motivo per il quale dire “non lo so” per lei equivale a un’incapacità personale. Questo ha a che fare con la Laura professionista o anche con la ragazza al di fuori del lavoro? Ma è chiara la differenza tra le due cose? Quanto sono delineati i confini tra il sé professionale e quello personale?
Quando il valore personale si sovrappone alla performance, anche il “non lo so” diventa difficile da tollerare.
È importante, secondo me, tenere in considerazione il contesto. In questo caso parliamo di un’azienda, una multinazionale, che ha come regole del gioco quelle di portare risultati legati a degli incentivi, economici e non solo. In questi contesti farsi trovare impreparati non è sempre contemplato e, in un certo modo, finiamo per accettare questa cosa quasi senza metterla in discussione. Smettiamo di concederci di non sapere e la valutazione, degli altri e verso noi stessi, assume un ruolo centrale.
La conseguenza è anche la concorrenza che si genera tra le persone, specialmente nel contesto lavorativo. Per stare dentro a questi ambienti è richiesta flessibilità, adattamento, capacità di reggere il confronto continuo con l’altro, che diventa inevitabilmente anche un termine di paragone.
In questo senso, il soggetto si trova immerso in una rete di aspettative e valutazioni spesso implicite, che raramente vengono esplicitate ma che orientano profondamente il modo in cui si percepisce. Questo genera una stanchezza che Han, filosofo contemporaneo, collega all’obbligo interiorizzato di mantenere e incrementare la performance (Han, 2010).
Se, nel caso di Laura, aggiungiamo anche il vincolo della gratitudine, il senso di dover ripagare una decisione che non pensava potesse essere rivolta a lei, allora il senso di spaesatezza diventa ancora più comprensibile.
Come ci sentiamo quando diciamo “non lo so”? Mi sento valutato? E io stesso mi valuto? Quanto ci sentiamo vincolati dalle aspettative dell’altro, del contesto e da noi stessi? Quando davvero sentiamo di meritarci le cose? E quanto ci concediamo di non essere perfetti nelle nostre performance?
Bibliografia e sitografia
Bertrando, Lini. Responsabilità di posizionamento in terapia Sistemico Dialogica. 2020.
Siamo solo dei cani e anche uomini umani. Ma lo sai con chi abbai? Lo sai chi hai davanti?