Processo all'IA

Da qualche tempo sento parlare dell’intelligenza artificiale con una certa preoccupazione. C’è chi teme che possa sostituire l’intelligenza umana, chi la guarda con diffidenza e chi ne giudica negativamente l’utilizzo. Confesso che anch’io, a tratti, ho sentito questa paura e proprio per questo ho provato a fermarmi e a chiedermi da dove nascesse.

Facendo queste riflessioni mi sono accorto di un curioso isomorfismo tra la psicoterapia e l’IA generativa. In entrambi i casi, ciò che fa la differenza non è soltanto il risultato finale (l’output) ma il modo in cui viene posta la questione (prompting). Due persone possono utilizzare lo stesso modello di IA e ottenere risultati completamente diversi perché formulano domande diverse, vedono problemi diversi, costruiscono richieste diverse. 

Qualcosa di simile accade nella stanza di terapia: spesso ci chiediamo se una terapia stia andando bene guardando al cambiamento del paziente (l’output). Ma forse quella parte non dipende interamente da noi. La nostra responsabilità è soprattutto nel processo: come formuliamo le domande (prompting), come apriamo significati, come portiamo riflessioni.

In terapia, questo processo è spesso più importante del contenuto e ha un impatto significativo sul cambiamento (output). Questo bizzarro parallelismo mi ha portato a pensare che forse, allora, l’IA non andrebbe giudicata (spesso male) in base al semplice fatto che venga utilizzata o meno. La domanda interessante è un’altra: come è stata posta la questione (prompting)? Perché è lì che emerge qualcosa di profondamente umano.

L’intelligenza artificiale, da questo punto di vista, non sostituisce l’uomo. Semmai rende ancora più evidente qualcosa che è sempre stato lì: il valore di una domanda, la capacità di costruire un problema, di guardarlo da prospettive diverse e di attribuirgli un significato.

E allora forse la domanda finale non è se l’IA ci sostituirà, ma quanto è umana una domanda.

Bibliografia e sitografia

non c’è


Are we human or are we dancer?